La cognizione del dolore

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Riuscire a valutare fino in fondo il dolore che provano i pazienti nella loro quotidianità è fondamentale per aprire quella porta che conduce alla guarigione. Elena è una paziente che ogni settimana viene a trovarmi a Roma dalla Toscana. Ha circa cinquant’anni, fa l’impiegata e trascorre lunghe ore alle prese con i ritmi stancanti e spesso ripetitivi della vita d’ufficio. Da qualche tempo, Elena combatte la sua personale battaglia contro un’implacabile sciatalgia. Il dolore che prova si concentra all’altezza del bacino e del medio gluteo. Quando cammina, ogni singolo passo per lei è diventato una prova di resistenza fisica.

Mi ha raccontato di essere stata visitata più volte da ortopedici e fisioterapisti che però non hanno risolto il problema, lasciandola nella situazione in cui l’ho trovata. La prima volta che l’ho incontrata, i suoi occhi tradivano un misto di speranza e attese. Dopo i primi trattamenti osteopatici, il suo corpo ha iniziato a reagire e il muro del dolore che la imprigionava a rompersi. Ho ridato mobilità al bacino e lei ha ripreso a muoversi con più facilità. Mi sono concentrato sul lavoro di riequilibrio delle componenti biomeccaniche che permettono all’anca di muoversi, e i risultati, col tempo, sono arrivati. Ora sta meglio.

L’ultima volta che è venuta a trovarmi, però, lamentava ancora una serie di dolori intermittenti. La prima spiegazione per cui prova ancora questi fastidi è legata all’affaticamento muscolare. Considerando la situazione in cui si trovava, la paziente non era più abituata a muoversi troppo e probabilmente ha esagerato nelle sue passeggiate quando ha cominciato a sentirsi meglio. Uno sforzo fisico eccessivo può provocare dolori muscolari diffusi. Ma nel suo caso credo vi sia anche un’altra spiegazione, più profonda, che ci riporta alla cognizione del dolore e a come lo si percepisce nella nostra quotidianità.

I pazienti come Elena, che hanno provato un dolore continuativo nel corso della giornata, quando iniziano a guarire sperimentano le forme dolorose in modo altalenante. Il dolore torna a momenti: a volte perché il paziente stressa troppo la parte del corpo interessata, altre volte perché cercando di capire se il dolore c’è ancora (pur non sentendolo più) si tende a fare dei movimenti per stimolarlo; come dire, il paziente va a cercarlo, lo riattiva, e insieme al dolore reinnesca tutti quei processi antalgici alla base delle problematiche strutturali che lo avevano reso invalidante.

Nella psicologia del paziente resta ancora la memoria del dolore costante che si provava, anche se adesso, pur vivendo quella condizione solo alcune volte al giorno, si tende a riferire al terapeuta che il dolore conserva ancora la stessa intensità. In realtà non è così. Ho cercato di spiegare ad Elena la differenza tra il dolore costante che aveva quando ci siamo conosciuti e quello oscillante che invece sente adesso. A volte dentro di noi si agitano paure che non ci permettono di comprendere oggettivamente i disturbi che abbiamo.

Questo genere di disturbi ossessivi, insieme alla frustrazione che i pazienti sperimentano quando non riescono a risolvere del tutto la condizione dolorosa nella quale si trovano, può indurre a toccare istintivamente la parte del corpo dove persiste il fastidio, massaggiandola, sforzandola e riattivando la sensazione dolorosa. È una tendenza che può alimentare l’ansia e una serie di emozioni negative che finiscono per influenzare negativamente la qualità della vita quotidiana. Anche se, come nel caso di Elena, la condizione fisica è migliorata, il trattamento ha funzionato, sono stati fatti dei progressi verso la guarigione.

La memoria del dolore può giocare brutti scherzi: questa dimensione coinvolge sia la dimensione fisica che quella psichica di ognuno essere umano. È una sorta di refrain che lascia spesso un’impronta indelebile dentro di noi, influenzando la percezione che abbiamo della realtà e alimentando disagi che stiamo cercando di risolvere. La sindrome dell’arto fantasma è una delle patologie più controverse per spiegare queste dinamiche: in seguito all’amputazione di un arto, le persone possono avvertire una sensazione anomala, riuscendo a percepire la presenza dell’arto rimosso e in certi casi a riferire la capacità di muoverlo. Un fenomeno del genere, accompagnato da un dolore persistente e fastidioso, può manifestarsi anche dopo operazioni chirurgiche come l’asportazione di una parte del corpo, ad esempio un dente. Attualmente si dà una spiegazione neurologica alla sindrome dell’arto fantasma, ma fattori psicologici come l’ansia, la depressione e lo stress possono scatenare o esacerbare il dolore.

Ho trattato l’ultima volta Elena una decina di giorni fa e ci siamo confrontati su tutti questi aspetti che determinano la condizione dolorosa. La strada verso la piena guarigione è come quella che ogni volta la mia paziente percorre per venire a trovarmi a Roma. Una strada lunga, a volte complessa e fatta di incertezze, ma che la sta portando lentamente verso il traguardo che desiderava tanto raggiungere: la liberazione dal dolore, il benessere e una maggiore comprensione di se stessa.

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