Terapeuta e paziente, quel tempo necessario per guarire

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15 Settembre 2020
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Terapeuta e paziente, quel tempo necessario per guarire

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Molti mi chiedono quale sia l’aspetto più faticoso del mio lavoro. Se la parte fisica, della terapia, del sollevare i pazienti, di girare tutto il giorno per il mio studio tenendo le cose sotto controllo, oppure la parte strategica, della metodologia, delle tecniche più adatte da usare per guarire i pazienti. Nessuna delle due.

L’aspetto più complicato del mio lavoro è stabilire una relazione con la persona che ho di fronte. Fin dal primo momento, quando la conosco. Molto spesso incontro pazienti che soffrono, che hanno dei dolori fisici, ma anche un carico emotivo fatto di tutte quelle problematiche della vita che ognuno di noi sperimenta ogni giorno.

Nel mio lavoro bisogna accettare che la persona che si ha davanti possa essere anche ostile, rabbiosa, carica di risentimento, sapendo però che ha fatto una scelta precisa, ha deciso di mettersi nelle mie mani, di iniziare un percorso terapeutico, e che quello che desidera non è soltanto guarire, ma essere ascoltata, che si tenga conto di quello che pensa, prova.

Tutto questo a volte può creare una situazione conflittuale tra paziente e terapeuta – come nella vita di tutti i giorni non si può piacere a tutti – ma nel nostro lavoro ad ogni paziente va data la giusta attenzione, anche a chi inizialmente sembra più maldisposto. Così quello che cerco di fare sempre quando esercito la mia professione e anche nella vita è di essere consapevole del fatto che ho di fronte una persona con le sue difficoltà.

Devo essere io a capire lui, non il contrario, perché lo sto accogliendo nella mia casa, il mio studio, per aiutarlo a guarire. Questo è l’aspetto più difficile, ma anche il più esaltante del mio lavoro, accettare gli altri, creare un clima di fiducia reciproca, un senso di protezione e di comprensione. Non è qualcosa che si può spiegare a parole. Non è un fatto immediatamente razionale.

Bisogna trovare la strada per per riuscire a stabilire un rapporto di fiducia con l’altra persona, adattandoci a chi abbiamo davanti, mostrando la propria certezza, sicurezza, fiducia nei nostri mezzi, senza spocchia,  senza piaggeria, facendo contemporaneamente sentire la persona accudita da qualcuno che sa quello che fa.

Solo così si può instaurare un rapporto empatico che ci permetta di prendere il tempo necessario alla cura dell’altro. Quello che mi ripeto sempre è “io ho due mani, una strategia e, per quanto possa essere bravo nel mio lavoro, c’è bisogno di tempo per modificare una struttura e permettere di guarire a una persona che tutto il giorno crea il proprio problema con le sue abitudini quotidiane”.

Solo creando un clima di fiducia reciproca, il paziente aprirà le sue porte, fisiche ed emotive, che mi permetteranno di trovare insieme a lui la via della guarigione. Solo allora lui riuscirà a comprendere me.

Stabilire questa relazione vuol dire trovare il tempo necessario per la guarigione.

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